Il fotografo e l’uomo

Group of young urban people,studio shootPensate ad una di quelle immagini di bambini a un passo dalla morte per fame, a uno di quei volti dall’espressione innocente e accusatrice: quegli occhi disperati e increduli, quei visetti in cui la sopravveniente deformazione somatica sta per cancellare quei tratti che inteneriscono ogni adulto, anche il più duro, e che gli etologi chiamano i “segnali dell’adozione”. Egitto, India, Biafra, Sahel, Uganda – citiamo solo alcuni paesi – hanno proposto clamorosamente il problema della fame nel mondo, puntualmente ricorso nella nostra coscienza e altrettanto puntualmente dimenticato. Quanto ha contribuito il fotografo, sincero e appassionato registratore di questi volti, di queste situazioni, a portare alla nostra coscienza questi drammi e a risvegliare la nostra coscienza umana? Non mi riferisco solo ai cosiddetti fotografi sociali come Hine, che all’inizio del secolo denunciava con le sue lastre la triste condizione del lavoro minorile in America e dava ai volti degli emigranti in arrivo al porto di New York quell’espressione sgomenta ma piena di speranza nella solidarietà degli uomini, e non solo ai fotoreporters, ma a tutti i fotografi più autentici e più moralmente impegnati, qualunque sia la loro specializzazione, che di fronte al soggetto “uomo“ sentono coinvolto tutto il loro bagaglio culturale, etico e creativo, quelli, cioè, che lavorano su questo soggetto in maniera costruttiva, sincera ed efficace. Per se stessi e per gli altri: per se stessi perché la consapevolezza di usare uno strumento cosi potente per schiarire lo sguardo e il proprio stato psicologico è in definitiva la miglior pratica perché questa conoscenza sia trasmessa agli altri. E questa partecipazione completa del fotografo è poi quello che si riversa in quella magica immagine dove tutto ciò che abbiamo sentito e capito di quell’essere umano che è davanti a noi, vivo o morente, felice o infelice, sereno o tormentato, corrisponde a ciò che egli voleva che si sapesse di lui.

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